Il grado non conta


Lo scenario è l’avancorpo di sinistra del monte Moneta, piana di S.Agostino, tra Sperlonga e Gaeta.
Decidiamo di concederci un giorno di arrampicata, a due passi da casa, calcare meraviglioso, i segni della permanenza sott’acqua in epoca remota lo segnano, le parti addomesticate dalla risacca sono gocce scavate, taglienti ed aguzze, alternate a placche segnate di ossido arancio che al tramonto si incendia. In questo meraviglioso scenario la passione di alcuni ha chiesto alla roccia il permesso di essere scalata, e con pazienza e dedizione ha individuato i segni che custodiva, un linguaggio arcano, primordiale.

Arrampicare in questa atmosfera è altro che porre le dita su appigli di resina. Quelle pareti, quelle vie di arrampicata meritano rispetto, attenzione, umiltà, silenzio interiore. Con questa premessa filiamo la corda, il rito del nodo, e la magnesite sulle dita. Il primo respiro e la prima richiesta, sussurrata appena: lasciami salire.
Ed ecco, appaiono come per incanto si palesano le piccole gocce, ammiccano alle dita, accoglieranno il piede, non ti tradiranno, sono li da milioni di anni, hanno atteso con pazienza; poco più in alto l’ossido che si interrompe mi segnala un appiglio meraviglioso, forse la tana di un piccolo pesce, respiro piano e mi godo questi istanti di meravigliosa solitudine.

La catena che segna la sosta e la fine della via non è un sollievo, è il ritorno alla realtà.
A pochi metri da noi, alcuni scalatori impegnati in una ascesa piuttosto complicata alzano la voce, provo fastidio, e mi accorgo che la roccia è avara, attenta, e non a tutti concede il suo sapore intimo. Essa si concede solo a chi vi si accosta con lo spirito giusto, il grado, la difficoltà del passaggio, sono effimeri, il linguaggio degli uomini che poco comunica con il respiro dei millenni.

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