Il parlar “buene” o parlar “pulite”


centro storico

Questa distinzione pretenziosa definiva il tentativo di chi volendo parlare in italiano storpiava il dialetto con risultati esilaranti. accadeva al bagnino che spiegava alla signora bagnante il cattivo funzionamento delle docce sulla spiaggia: “La genta e tanta e le docce non ce addevénceno!” o al bambino che scriveva sul tema : “I mammocci si utravano in mezzo alla póla cèsca”. Comunque, l’errore più diffuso tra chi vuole “parlà buene” è ingenerato dalla mancanza in dialetto del verbo ausiliare “avere” sostituito, anche nei verbi composti transitivi dall’ausiliare essere. Cosi, in dialetto si dice: “so’ magnate, so’ bevute, so’ lette, so’ scritte…” È quindi comprensibile che l’aspirante al “parlar buene” traduca in italiano: “sono mangiato, sono bevuto, sono letto, sono scritto…” e via sproloquiando.

Un’altra difficoltà di traduzione, questa volta di ordine lessicale, è ingenerata dalla presenza in dialetto di quella “e” insignificante, che in fonologia si chiama “schwa” e che, se volessimo essere scientificamente corretti, anche dal punto di vista grafico, dovremmo trascriverlo con il simbolo “ə”, attingendolo dall’alfabeto IPA (International Phonetic Alfabet).

Ad esempio, la parola dialettale asene, per farla pronunciare bene da un linguista dovremmo trascriverla così: “asənə”, dove quelle due “e sotto-sopra” si sentono e non si sentono nella pronuncia:, sono insignificanti. Nel nostro caso l’aspirante buon parlatore da via libera alla sua creatività, sostituendo con una vocale piena a sua scelta lo schwa. Per il suo “parlà buene” fu famoso Paravani, che, oltre alla preferenza per la lettera i, ricercava anche la rima: “Sono girati il monti e tutti le cantini – e sono visti il fonti a tanti botti di vini”. Ma anche tante comari raffinate non scherzavano: “Sei sentuta quelle che a successe alla nora meja? Ce tengo da stare sempre alle tècce alle tècce ca non capiscio pròpeta gnento!).

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