Il porco di famiglia


C’era una volta il porco di famiglia, quando il porco-maiale veniva considerato il re degli animali di esso si diceva (e si dice ancora) che non andava gettato nulla. Chi aveva un sottoscala, un orto o un pezzetto di terreno, dentro o nelle adiacenze della città, vi adattava una “rólla” per ospitarvi in primavera un porcello che da quel momento entrava a far parte del nucleo familiare. Per lui ogni giorno veniva preparato “ju vuróne”, beverone a base di acqua proveniente dalla sgrassatura di piatti e pentole effettuata con la crusca, a cui si aggiungevano avanzi e qualche manciata di ghiande o di mais. Dopo gli anni cinquanta, per ragioni igieniche, un’ordinanza del sindaco proibì di tenere in città i maiali, ma concedeva, a chi ne faceva richiesta, un terreno su cui costruire la porcilaia (“la rólla”). Il terreno scelto si trovava in prossimità del Ponte Rosso, dove c’era anche “l’ammazzatora” ed il campo sportivo, prima che fosse trasferito nella zona del “Bagno Penale”, vicino al porto. Nelle vicinanze del Ponte Rosso era così possibile vedere, nel primo pomeriggio donne, ma anche molti adolescenti, che con pesanti secchi recavano “ju vuróne” al porco di famiglia. Uno degli spettacoli più gettonati in autunno dai ragazzi di quell’epoca era quello della castrazione, quando l’operatore, dietro modico compenso, procedeva sistematicamente a danno dei maschi che sollevavano i loro strilli alle stelle. Quindi iniziava il periodo dell’ingrasso in attesa delle giornate fredde di dicembre, quando non si sarebbe corso il pericolo di irrancidimento delle carni. Ancor oggi, quando fa molto freddo si dice che “se sécchene le zazzicchie”.

Il porco di famiglia

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