Intervista all’ex Iena Pablo Trincia


Vi starete chiedendo cosa c’entra Pablo Trincia con Terracina? Beh, assolutamente nulla.

Allora vi chiederete perché intervistarlo? Perché è una persona molto gentile e disponibile, senza tralasciare il fatto che è uno dei migliori giornalisti di inchiesta che abbiamo nel nostro paese. Basterebbe quest’ultimo motivo per sommergerlo di domande atte a saziare la nostra curiosità.

Forse questo articolo non avrà una grande rilevanza territoriale ma, senza alcun dubbio, potrà farci riflettere, almeno per il tempo della sua lettura, su cosa oggi è il giornalismo italiano e magari, per chi già non lo fa, gli farà venir voglia di dare un occhiata ai giornali stranieri per capire le differenze.

Durante gli anni del liceo, grazie alla professoressa di storia, imparai che negli Stati Uniti d’America la stampa viene – è – considerata il quarto potere. Io non sono così autorevole, ne ho la pretesa di esserlo, da poter giudicare se nel nostro paese accadde lo stesso. Per questo ho preferito chiederlo all'(ex) iena Trincia:

Come vede il giornalismo italiano oggi?

“Male. Provinciale, di bassa qualità, troppo concentrato sulla politica e sulle chiacchiere, molto poco o nulla sulle storie e sul mondo. Siamo la serie C del giornalismo europeo, facciamo abbastanza pena. Io ho avuto la fortuna di studiare a Londra, quindi di cavarmela bene con l’Inglese, perciò riesco ad accedere alla stampa americana e britannica. La differenza con quella italiana è abissale”.

Gran parte dell’intervista ruotava intorno alla spiegazione di alcuni cardini del giornalismo, ovviamente non solo italiano, come il ruolo del freelance. Termine inglese con cui si identifica un giornalista, iscritto all’albo, libero di poter “scegliere” i giornali con cui decidere di cooperare senza essere legato, attraverso contratto, a nessuno di questi.

Quando si diventa un freelance, è come lo si può diventare?

 “Si inizia in qualsiasi momento. Ovvero quando ci si appassiona a una storia, la si segue, la si propone a un giornale e ci si comincia a collaborare. Chiunque può diventare un giornalista, anche se ci vuole un po’ di pratica e un po’ di esperienza, prima di poter affermare di esserlo per davvero”.

In continuità, con quanto detto finora, si è ritenuto opportuno chiedere perché si fa un’inchiesta. Sappiamo che il reportage o l’inchiesta, chiamatela come preferite, ha lo scopo di smascherare qualcosa che a prima vista non si riesce a vedere. Similmente ad un investigatore che cerca degli indizi per far chiarezza, così un giornalista d’inchiesta cerca indizi, prove ed informazioni che gli permettano di mostrare la verità.

Ogni volta che fa un’ inchiesta a cosa pensa, cosa prova? Ha la speranza che grazie alla sua denuncia quella situazione possa essere risolta?

Ho smesso da tempo di pensare che le inchieste aiutino davvero le persone di cui parlano. Non si muove quasi mai nulla. Ma ripeto, se l’inchiesta è ben fatta ed è appassionante, sarà chi la guarda ad esserne ispirato. Quindi alla fine c’è sempre qualcuno che ne beneficia!”

L’ultima domanda riguarda solo “Pablo”. L’ispirazione e la passione sono basi necessarie per poter svolgere il proprio lavoro. Purtroppo, non tutti hanno la fortuna di poter fare ciò che desideravano e, questa impossibilità si trasforma in mancanza di stimoli verso ciò che si fa. La società perfetta è quella che da a tutti la possibilità di poter fare ciò per cui si è portati.

Cosa l’ha spinta ad intraprendere questa vita?

 “La voglia di viaggiare, scoprire il mondo, e allo stesso tempo raccontare storie che possano cambiare la vita di chi le racconta, ma soprattutto di chi le legge. Questo lavoro, se fatto bene, può appassionare e ispirare tante persone, perciò il suo ruolo sociale può davvero diventare fondamentale. Comunque il mio ispiratore è stato un giornalista della BBC, si chiama Fergal Keane. Qualche anno fa ha pubblicato un’inchiesta bellissima, “Stagione di Sangue”, in cui racconta il genocidio ruandese e la sua caccia personale a uno dei suoi responsabili in un campo profughi della Tanzania”.

Share this post