MANLIO MARESCA’S MANUALS FOR ERRORS


MANLIO maresca. anxur time

Dal 27 al 30 luglio si è tenuta presso lo splendido scenario del centro storico di Terracina la terza edizione del Terracina Jazz Fest, kermesse ideata da Massimo Iudicone e patrocinata dal Comune di Terracina.

I Manuals for errors del nostro concittadino e talentuoso chitarrista Manlio Maresca hanno aperto il festival nella suggestiva Piazza Porta Nova, presentando in anteprima il loro nuovo album Hardcore chamber music.

Al termine del soundcheck Manlio ci ha concesso un’intervista, percorrendo la sua già lunga carriera di musicista. L’intervista è stata realizzata da Daniele Vogrig.

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Manuals for errors

Come nasce il progetto Manuals for errors?

Nel corso di questi anni ho allestito tanti gruppi, tante formazioni che presentavano quasi sempre gli stessi musicisti, come gli Andymusic con Enrico (Morello, n.d.r.), i Neo con Antonio (Zitarelli, n.d.r.) e Carletto (Carlo Conti, n.d.r.), eseguendo sempre lo stesso tipo di repertorio, costruito e scritto da me all’interno di gruppi stabili. Questa volta invece la situazione è diversa. Manuals for errors sarebbe Manlio Maresca + Manuals for errors. Diciamo che in questo progetto mi avvalgo di una serie di musicisti che mi ruotano attorno, ovviamente non in senso egocentrico. Parlo di musicisti dei quali mi piace il loro stile, e che penso incrementino positivamente le cose che compongo, interpretandole anche in maniera personale. Perciò in questo progetto non suono mai con gli stessi individui. In occasione del Terracina Jazz Fest suono in quintetto con Enrico Morello alla batteria, Francesco Lento alla tromba, Daniele Tittarelli al sassofono, Eddy Cicchetti al contrabbasso. Ma il progetto comprende anche una versione sestetto con il piano, che può diventare anche un quartetto con il piano oppure un quartetto con la tromba, o trio, duo, etc. In ogni circostanza utilizzo gli stessi pezzi, ma riarrangiati per la formazione con la quale mi ritrovo a suonare. Questo progetto nasce quindi dall’esigenza di manipolare in continuazione il materiale musicale, scegliendo appositamente i musicisti e i loro rispettivi stili. È un po’ ciò che faceva Miles Davis negli anni Sessanta, così come John Coltrane o Sonny Rollins, cioè realizzare dischi sempre con gli stessi gruppi. Bastava cambiare un elemento per mutare il suono della band. Questa scelta a volte era casuale, altre volte oculata, come nel caso di Miles, il quale ha scelto sempre i suoi musicisti per creare un sound specifico. Ciò costituisce una dimensione musicale quanto più vicina al jazz.

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Quale ruolo possiede il concetto di “errore” nella tua musica e nel jazz in generale?

L’errore non è mai stato concepito come un qualcosa di creativo, nella musica così come nella vita. L’errore è sempre stato considerato come un qualcosa da nascondere. Invece nel mio caso è un elemento edificante, perché giunge inaspettato, sorprendendo in particolare lo stesso compositore o esecutore che lo sta compiendo. Non trascuriamo l’accezione “diabolica” che solitamente gli si attribuisce e che spesso ci fa pensare a qualcosa di “proibito”. Per me non è assolutamente così. Se l’errore è voluto, ricercato, può diventare qualcosa di creativo, di artisticamente positivo per lo sviluppo di una linea musicale. Tutto ciò fa parte di un’estetica sulla quale si basa tutto il mio lavoro e che comprende questa imprevedibile logica del caso, la quale ci induce a commettere apparentemente delle inesattezze che si rivelano poi, in alcune circostanze, le cose più giuste da compiere. Per fare un esempio, quando abbiamo un disco rotto, che salta, può capitare che un determinato pezzo venga ascoltato e poi memorizzato proprio con dei “salti” al suo interno, quindi con degli errori. Quando poi andiamo ad ascoltare la versione corretta e pulita ci si sorprende, perché per noi la versione “giusta” è diventata nel frattempo quella “sbagliata”. E questa rottura rappresenta un elemento simbolico per la mia musica, perché si integra in un contesto punk, che per estremizzazione definirei hardcore. In tal senso non intendo il Johnny Rotten di turno che provoca il suo pubblico. Per hardcore immagino più un individuo fuggito da un istituto di igiene mentale, quindi folle, pericoloso per la società.

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Parlando dei Neo, degli Squartet, alcuni hanno definito questo genere come un crossover tra punk, rock, progressive. Quale vena jazz si nasconde in questi tuoi progetti storici?

La modalità di scrittura che troviamo in riferimento ai Neo e agli Squartet, anche se alterata, è la stessa di una big band di Count Basie, Stan Kenton o Gil Evans. Abbiamo lunghe parti scritte con sezioni riservate ai soli, alle improvvisazioni dei singoli strumenti. Ciò che accade nei Neo e negli Squartet è proprio questo. Abbiamo tappeti sonori, pavimentazioni ritmiche e armoniche che servono da appoggio per l’improvvisazione.

Nell’album Neoclassico (2011) sono presenti quattro riletture di Bach, le quattro Invenzioni. Che rapporto esiste tra jazz e classica?

Neoclassico è un titolo ironico, un gioco di parole, che nel nostro caso assume un senso solo se collegato alla musica in questione, altrimenti non avrebbe significato. In questo caso, di significati ne assume vari. Neoclassico può far riferimento ai Neo che fanno “musica classica”. Non a caso, con i Neo opero proprio in tal modo, in senso “classico”, come se stessi componendo un’opera o una scrittura per una big band. Le Invenzioni nascono da uno studio personale, finalizzato a mantenere la logica ritmica del contrappunto in unione con una melodia permeata da valori poliarmonici, decisamente moderni. Mi sono imposto quindi delle regole con l’intento di produrre un lavoro “sbagliato”, che potesse generare un effetto quasi fastidioso all’orecchio. È stato quasi un gioco, un comporre delle fughe a due voci, ovviamente in modo del tutto personale. Attraverso questo tipo di studio si sbaglia, si compiono degli errori, e quando comprendi che quegli stessi errori sono elementi importanti al fine della composizione e dell’esecuzione ne prendi nota e li immetti in un circolo. Parlo di un lavoro contornato di errori che hanno una loro risonanza, e questa risonanza è quasi una vocina che dice «A noi non ce ne frega un cazzo!». Ed è proprio questo il bello, perché nella musica di largo consumo si annida un elemento che proprio non sopporto, cioè il germe del politically correct, cioè l’operare allo scopo di essere apprezzato da tutti, il che è una cosa molto italiana. A priori io sono “politicamente scorretto”, forse anche nei confronti dei miei stessi valori, del mio modo di pensare. In ogni caso io preferisco sempre questa minoranza. E la mia musica in generale ha origine proprio da questa dimensione concettuale.

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All’interno di trame sonore particolarmente complesse qual è il senso che si intende veicolare all’ascoltatore?

Io ho capito una cosa, e cioè che il pubblico rappresenta qualcosa di maleducato, come nel film con Gian Maria Volonté, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, che è uno dei miei film preferiti. Il popolo è minorenne e va educato. Noi viviamo in una condizione di maleducazione, nella quale il pubblico non è in grado di cogliere particolari finezze, anzi, è capace di spaventarsi all’ascolto di qualcosa di inaspettato. E qui torniamo al concetto del “politicamente scorretto”. In realtà ciò che voglio dire è che non è necessario interpretare per forza qualcosa. La musica va compresa così come è stata fatta, non c’è bisogno di semplificarla per renderla scorrevole al pubblico. Il pubblico dovrebbe emanciparsi per riuscire a comprendere delle cose che poi nel nostro caso sono cose elementari. Dovrebbe accettare anche delle sonorità “altre”, ma questo puntualmente non avviene. Per cui io continuo sulla mia strada, non voglio fare qualcosa che sia vendibile o apprezzabile, deve essere il pubblico a evolversi per riuscire ad assimilare qualcosa di assolutamente comprensibile, di non assurdo. Non sono un missionario che intende educare, però penso che la musica sia una forma d’arte che in Italia non faccia parte della quotidianità degli individui. E questa è una cosa che penalizza chi la fa e chi l’ascolta.

In passato era necessario consumare i solchi dei vinili per imparare fraseggi o temi, mentre oggi tutto è a portata di un click. Pensi che i musicisti di una volta si facessero molti più muscoli nell’apprendere e nel suonare?

Sicuramente sfasciare dischi o impianti stereo nel mandare avanti e indietro i pezzi e ascoltarli fino allo sfinimento è stato più costruttivo, a differenza delle nuove generazioni che hanno a disposizione programmi e applicazioni. Questo mi fa pensare a Rocky IV, quando Ivan Drago si allena con apparecchiature altamente tecnologiche mentre Rocky si allena in mezzo alla neve… e alla fine gli rompe il culo!

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In questi ultimi due anni sono venuti a mancare Roberto Mastronardi e Remo Remotti. Vuoi condividere con noi un loro ricordo?

Roberto è stato il mio primo insegnante di chitarra e lo ricordo come una splendida persona qual era. Purtroppo non ho avuto modo di trascorrere vicino a lui i suoi ultimi anni di vita. Vivendo a Roma ci siamo un po’ persi di vista, ma ho sempre un carissimo ricordo di lui.

Remo è un altro personaggio che mi rimarrà sempre nel cuore, così come i suoi insegnamenti. Il solo stare a contatto con un essere così unico, quasi una creatura di un altro pianeta, ti arricchisce inevitabilmente. Nonostante la sua avanzata età, avevi quasi la sensazione di parlare con un nostro coetaneo. Era una persona di una profondità pazzesca.

*Intervista realizzata da Daniele Vogrig

 

 

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