In (nessuna) Patagonia:viaggio con e nella scrittura


baino, in nessuna patagonia. anxur time
catia mosa

Catia Mosa

Ho appena finito di parlare con lo scrittore Mariano Bàino del suo ultimo libro In (nessuna) Patagonia, edizioni ad est dell’equatore, freschissimo di stampa ed in libreria dal 26 novembre, in una sorta d’intervista telefonica che a dire il vero è la mia prima esperienza in questa direzione e che quindi inevitabilmente mi vede impacciata e caotica, oltre che emozionata. Per me che negli anni ‘90 ero a caccia di testi sperimentali da mettere in scena e di poesia “altra” da teatralizzare,l’incontro con la scrittura di Bàino fu decisivo, capace di aprirmi un vero e proprio mondo di nuove possibilità espressive ed estetiche. A distanza di anni il suo narrare “ anomalo” continua a sollecitarmi e a stupirmi, come un’ audace e creativa installazione materica e policromatica dove il montaggio è già racconto.
Sperimentatore, fondatore di riviste e gruppi letterari, romanziere e ricercatore, Bàino è un viaggiatore, cammina su sentieri propri e inusitati di scrittura, che gli fanno attraversare generi e forme letterarie diverse. In questo risiede la sua “ gioia-dolore” del narrare, come lui stesso scrive al critico Andrea Cortellessa (curatore dell’antologia La terra della prosa, L’orma, Roma 2014). Gli chiedo il senso di quel dolore, e mi risponde che non indossa i panni dello scrittore tormentato, ma che è la scrittura stessa, intesa come andatura, ritmo, movimento, viaggio, a comportare una fatica non di rado dolorosa. L’inglese travel (viaggio), è del resto apparentato semanticamente col francese travail (lavoro), con l’italiano travaglio, nonché col latino tripalium, che era uno strumento di tortura… Proprio il tema del viaggio è il nucleo generativo del testo di cui parliamo . Viaggio in una terra bizzarra, la Patagonia, che ha visto intrecciarsi le narrazioni di tanti scrittori “in movimento”. Un territorio assoluto, che ha accolto nel tempo solitudini, esilii e sogni di esploratori,avventurieri, anarchici, e che diventa pretesto per l’autore per intrecciare tre piani di scrittura, quella saggistica, quella del taccuino di viaggio, quella dell’invettiva rivolta a una patria lontana, l’Italia, incapace di risvegliarsi dal proprio degradato intontimento morale. In (nessuna) Patagonia, pur mettendo in cortocircuito forme e stili diversi, è tuttavia un unicum quanto mai equilibrato ed armonico, una monotriade la cui creazione è la vera scommessa di questo libro. Un motivo in più per entrare in quelle strane parentesi del titolo.

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