Pill #1: “Hail! Hail! Rock ‘n’ Roll”


 

Bene ragazzi, siamo pronti a partire nel nostro lungo viaggio nella storia del Rock!?

Perfetto, allora iniziamo con la prima pillola che, però, spezzeremo in due.

Erano anni duri, la Seconda Guerra Mondiale era volta al termine ma, nonostante il primato politico-economico mondiale venne assunto in buona parte dagli Stati Uniti d’America, i neri del sud, resistenti alla segregazione, potevano venire espulsi per aver tentato di registrarsi per il voto, e i “neri rurali” vivevano nella costante paura dei loro datori di lavoro che minacciavano di dargli fuoco; dei “consigli dei cittadini” bianchi e dei gruppi di vigilanti bianchi, come il Ku Klux Klan, che esercitavano un incontrollato regno del terrore, in cui il linciaggio di afro-americani era un fatto comune e raramente perseguito dalla legge.

Se il versante politico e civile non erano dei migliori, il versante musicale era contraddistinto da una ben diversa situazione.

Inscrivere le origini della musica rock all’interno di una semplice cronologia evoluzionistica sarebbe un po’ come affidare ad un radiocronista il Big Bang; ma proviamo ugualmente a dare un senso a tutto ciò, dicendo che la Musica Rock è un Genere, meglio definirlo Stile, che si sviluppò a cavallo degli anni ’60 negli USA e in Inghilterra, espandendosi a macchia d’olio in tutto il mondo.

La Musica Rock, però, è una derivazione del Rock‘n’Roll, nato tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50 negli USA, a sua volta originato dal Blues, dal Country, dall’R&B, dal Jazz e dal Folk: la cosiddetta Race Music.

 

 

Chuck Berry fu il primo vero compositore del Rock’n’Roll, il primo grande chitarrista, nonché il suo primo poeta.

All’inizio degli anni ’50, Berry, suonava con vari gruppi in diversi locali di St. Louis e, nel maggio 1955, decise di andare a Chicago per mettersi in contatto con la Chess Records, pensando che il suo materiale blues potesse essere di interesse.

Con grande stupore fu il classico country & western di Bob Wills, che Chuck Berry registrò quasi per scherzo con il titolo Ida May, ad attirare l’attenzione della Chess, permettendogli di incidere un adattamento reintitolato: Maybellene.

Maybellene fu il singolo di esordio, raggiungendo la posizione numero 5 della classifica Rock di Billboard, e la vetta della classifica R&B.

Ma come era possibile che ai ragazzi piacesse questo genere di musica?

La risposta era tanto semplice quanto ovvia: Il Rock’n’Roll era per i giovani.

Può sembrare unica e altrettanto sterile come risposta, ma in realtà ne racchiude in sé molteplici:

Il Rock’n’Roll era Energia.

Il Rock’n’Roll era Forza.

Il Rock’n’Roll era Amore.

Il Rock’n’Roll era Rivoluzione.

Si concentrava sulla vita degli adolescenti e a loro era rivolto, influenzandone lo Stile, la Moda, il Pensiero, la Libertà e, soprattutto, la Vita.

L’apparizione del Rock’n’Roll fece clamore, tanto da gridare allo scandalo: per le sue origini afroamericane; per il ballo sfrenato da cui era accompagnato – come una dama col suo cavaliere –; per l’incontro tra i giovani di comunità differenti e, soprattutto, per la voglia di trovare la propria identità.

Chuck Berry fu il primo afroamericano a raggiungere la top ten con un singolo rock.

Maybellene è considerato uno dei brani pionieri del Rock’n’Roll, tanto che la rivista Rolling Stone dichiarò:

 «L’epoca delle chitarre rock & roll comincia qui»

Nel Dicembre 1956, sempre con la Chess Records, incise, in collaborazione con The Moonglows (un gruppo musicale vocale R&B e Doo Wop) e The Flamingos (un gruppo Doo Wop), il suo primo album in studio:

Rock, Rock, Rock.

La personalità emergente di Chuck Berry, con la sua chitarra sparata, rivoluzionava la delineata scena musicale, mescolando, in un modo tra l’arcano ed il profano, il “ritmo negroide” con lo stile bianco, ottenendo tempi frenetici e “anarchici”.

Appena quattro brani poterono essere più che sufficienti per svegliare i giovani americani dal torpore e descrivere la genesi del Rock’n’Roll: Maybellene; Thirty Days; You Can’t Catch Me; Roll Over Beethoven, in cui proprio il riff di “Roll Over Beethoven” divenne il marchio di fabbrica di Chuck Berry. Corrispondeva a quel “non-so-che” di rivoluzionario che si trasformava nelle coordinate di un nuovo stile sonoro.

Il miglior repertorio di Berry si concentra nel periodo 1955-59, con “Atfer School Session” (1957); “One Dozen Berrys” (1958) e “Chuck Berry Is On Top” (1959).

One Dozen Berrys risulta essere il caronte dantesco che permette di traversare l’evoluzione stessa di Berry, passando da After School Sessions, presentante una qualità seminale dei pezzi e una scabra compattezza dei suoni, a Chuck Berry on Top, in cui si evidenzia una maturazione, con maggiore presenza di “evergreen”.

Le liriche furono le più ricettive al mutamento dei costumi in atto in quel periodo, grazie alle sue disinibite storie di adolescenti alla ricerca di sesso e libertà (“School Days“, “Sweet Little Sixteen“, “Rock ‘n’ Roll Music” – appartenenti rispettivamente all’album After School Sessions e One Dozen Berrys)  e alle sue vignette di vita americana (“No Money Down“, “Carol“, “Johnny Be Good – appartenenti rispettivamente all’album After School Sessions e Chuck Berry Is on Top).

Le melodie erano prevalentemente accordate dalla chitarra elettrica sopra una sezione ritmica formata da basso e batteria e, talvolta, arrangiate con altri strumenti; sfidò le convenzioni armoniche del blues profondendole negli accordi grezzi e cavalcanti dell’hillbilly e del country & western, inventando la scala pentatonica doublestep”.

Tra queste liriche, il maggior impatto la ebbe l’iconica “School Days” (tratta dall’album After School Sessions): simboleggia la chiamata alle armi per gli studenti americani, un “botta e risposta” che incarna un momento cruciale di crescita generazionale, facendo irruzione nel ballo scolastico e folgorando le coppiette ancora appese guancia a guancia dopo la solita serie di lenti.

Come nella celeberrima scena di “Ritorno al futuro”, per loro questa è musica aliena: c’è il boogie di Johnnie Johnson (al piano), sospinto dal ritmo affannoso di Fred Below (alla batteria), mentre Berry (alla chitarra) si produce in assoli R&B insistiti, irrompendo col celeberrimo: “Hail! Hail! Rock ‘n’ Roll“.

Eccole!

Furono queste le parole che segnarono l’inizio di tutto: Hail! Hail! Rock’n’Roll.

 

 

Ma non limitiamoci.

La rivoluzione stravolse lo swing con il boogie frenetico e “Too Much Monkey Business” potrebbe risultare un pezzo proto-punk prima ancora di “Subterranean Homesick Blues” di Bob Dylan.

L’ascesa del riff singhiozzante in “Roly Poly” che incontra la musica latina nel seminale “Brown Eyed Handsome Man“, segnò, invece, la rivincita lirica dell’uomo di colore armato di chitarra elettrica.

La formula venne trovata: mescolare il blues dei grandi numi tutelari con gli standard più classici della musica bianca (“No Money Down” rilegge il Muddy Waters di “Hoochie Coochie Man”, mentre la canonica “Wee Wee Hours” mostra le abilità al piano di Johnson), il tutto frullato in un eclettico cocktail etnico, che guarda dapprima al country hawaiiano di “Deep Feeling“, per poi spostarsi lungo il confine con il Messico nello strumentale “Berry Pickin“.
L’incontro solitario chitarra-contrabbasso di “Havana Moon“, gemma ispirata dall’idolo Nat “King” Cole, permise a Berry di bruciare le tappe e diventare un vero songwriter: “Together (We Will Always Be)” e “Driftin Heart” furono le sue prime ballate influenzate dal grande maestro.

Infine, con il ritmo cupo di “Downbound Train” sembrò affermare qualcosa di serio: la strada maestra di Chuck Berry sarebbe stata proprio il Rock’n’Roll.

 

Per oggi è tutto.

Per l’altra metà pillola ci aggiorneremo a Domenica 13 Agosto.

Siate Rock!