Storia docet


E’ uno strano Paese, l’Italia, un Paese che ha fatto la storia, ma che la storia evita o, nel migliore dei modi, tende a dimenticare. Eppure la storia è stata definita “maestra di vita”, e tanto ha ancora da insegnarci. Basta ascoltarla. Cosa che, per esempio, fortunatamente non fece Hitler quando improvvidamente il 22 giugno del 1941 diede il via alla cosiddetta “Operazione Barbarossa”, cioè l’invasione dell’Unione Sovietica, non considerando come meritava il fattore climatico, cioè il “generale inverno”, che fece tra le fila tedesche (ed anche italiane con la disfatta dell’ARMIR) più vittime che non gli scontri con i russi. Hitler non considerò (e perciò non ascoltò la storia) ciò che successe circa due secoli prima ad un altro aspirante padrone del mondo, Napoleone Bonaparte, che almeno, però, arrivò ad affacciarsi al Cremlino.

Ritornando ai fatti del nostro Paese, ancora una volta la storia può spiegarci, e perciò prevenire, fatti che apparentemente nulla hanno in comune ma che, proprio la nostra “maestra di vita” sa mettere in relazione.

Nel primo dopoguerra, l’Italia era un Paese dilaniato da povertà e conflitti sociali: la Grande Guerra ci aveva lasciato in eredità l’infamia della cosiddetta “vittoria mutilata”, i contadini occupavano per fame le terre e gli operai le fabbriche, agitando le bandiere rosse di partiti e sindacati: era il “Biennio Rosso” (1919-1920), e la rivoluzione proletaria sembrava dietro l’angolo. Approfittando di questa situazione critica, Benito Mussolini si propose come l’uomo forte capace di riportare l’ordine (non certo la giustizia sociale), e grazie ai vari Agnelli e Pirelli e nazionalisti vari, occupò per un ventennio l’Italia, conducendola, infine, alla disfatta della Seconda Guerra mondiale.

Inizi anni Novanta

Il Paese è dilaniata questa volta da uno scandalo clamoroso, Tangentopoli, che ha causato l’implosione di 5 partiti che avevano caratterizzato la Prima Repubblica, tra cui la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, i cui vertici sono stati decapitati dalle inchieste del pool “Mani pulite”. Ancora una volta l’Italia è sul punto di una rivoluzione, o meglio, di una rivolta popolare. E ancora una volta arriva “l’uomo della Provvidenza”, ancora un uomo basso, pelatino e tarchiato, che dominerà (non certo governerà) per un ventennio, ma che non ha bisogno dei nostri capitani d’industria perché i soldi (ora cominciamo a capire come li ha guadagnati) ce li ha di suo. Silvio Berlusconi. Manca solo che ci abbia condotto verso un conflitto, anche se per la verità con le sue strenue difese dell’amico Putin ci è andato vicino, creando non pochi imbarazzi alla nostra diplomazia, come nel caso della difesa dell’attacco russo alla Cecenia e, recentemente, all’Ucraina. In comune col suo illustre (e sempre, pubblicamente lodato predecessore) ha il fatto che ormai si è limitato a difendere il suo partito, ridotto ai minimi storici, come una sorta di Repubblica di Salò dei nostri giorni: una difesa estrema senza speranza. Se non quella di salvarsi dalla galera.

Anno 2014. Il Paese questa volta è dilaniato da una crisi economica tremenda, con milioni di persone che, dopo la chiusura di fabbriche ed aziende, hanno perso il posto di lavoro e l’Italia ha un debito pubblico senza precedenti. C’è malessere e, vista l’incapacità della politica di porvi rimedio, si paventano rivolte e violenze varie. Anche questa volta la risposta arriva da un uomo (al solito della Provvidenza) che però, in questo caso, è ben fornito di capelli e, a differenza di chi l’ha preceduto in queste righe, non è un miliardario comico, bensì un comico miliardario. Beppe Grillo. Bisogna però specificare che non è, a mio avviso, in dubbio la sua buona fede, così come quella dei tanti esponenti del M5S che stanno tentando una complicata opera di rinnovamento sia della nostra classe politica che dirigente. Ma chi mi preoccupa veramente è chi c’è dietro le quinte del movimento: Gianroberto Casaleggio. Un “guru” (ancora più preoccupante) che sa di estrema destra e che perciò, se ci fate caso, ha espulso tutti gli esponenti dell’ala sinistra del movimento, i vari Orellana, Campanella, Battista, e ancora prima, Favia, perché possibilisti verso un dialogo con il PD.

Siamo sicuri che dopo Mussolini, Craxi e Berlusconi l’Italia, ancora l’ottava potenza del mondo, faccia bene ad affidarsi a Gianroberto Casaleggio? Possiamo permettercelo?

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